La Rivoluzione delle Valute Digitali: Come Investire nel Futuro degli Asset
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La classifica delle migliori serie del 2024
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7 Marzo 2025
Pochi casi eclatanti, molti show sopravvalutati e altrettanti sottovalutati. Un’annata, per il piccolo schermo, non esattamente memorabile, con una sola certezza: escono troppi titoli
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7 Marzo 2025
Le migliori serie 2024? A dire la verità questa non è stata un’annata eclatante, se non per quel capolavoro annunciato che si è confermato Shōgun, e per il controverso caso di Baby Reindeer. Nonostante il panorama seriale sia sempre più vasto e affollato, le produzioni esordienti memorabili non sono tante quanto sperato, a differenza di un 2023 popolato da molte più novità interessanti. Per questo, in questa classifica delle migliori serie 2024 che abbiamo concepito il più variegata possibile – nei generi, nei temi, nell’origine, nel format – troverete diversi show “ritornanti”, seconde, terze e quarte stagioni sorprendenti e meritevoli di segnalazioni, accanto a titoli inediti su cui puntiamo anche per il futuro.
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7 Marzo 2025
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7 Marzo 2025
Shōgun è una produzione che mira alla perfezione, avvicinandocisi pericolosamente. Appassionante ed epica combinazione di avventura, azione e politica con un tocco di romance e un Hiroyuki Sanada – nei panni del saggio e cauto Yoshii Toranaga – spettacolare, vanta una narrazione maestosa che accosta con ispirato ardire le scene di violenza più cruente a quelle di lirismo più toccanti per raccontare la cultura, la filosofia e la storia del Giappone feudale del XVII secolo. La messa in scena della serie di Fx/Hulu (distribuita in Italia da Disney+) è sbalorditiva in ogni frangente, visivamente impeccabile nella rappresentazione della sobria eleganza di ciascun ambiente. L’impeccabile confezione rende difficile distogliere lo sguardo, ma senza distrarre dai coinvolgenti archi narrativi di ciascun personaggio: la forma non diventa mai più importante del contenuto.
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7 Marzo 2025
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7 Marzo 2025
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7 Marzo 2025
Struggente, appassionata, dura, crudele, e bella all’inverosimile, la seconda stagione di Pachinkoè un salto terrificante nel cuore della guerra. Poche volte questa è stata narrata in modo così intimo, reale e doloroso. Poche volte, qualcuno (e tra quei pochi ci sono gli esponenti del neorealismo italiano, De Sica, Rossellini…), in questo caso l’autrice Soo Hugh tramite l’attrice Kim Min-ha, ispirate dal romanzo omonimo di Lee Min-ji, è riuscito a fissare sullo schermo la dignità sommessa, contenuta, nobile e sublime delle donne – madri e mogli e figlie – che hanno sopportato dolore e sacrifici sovrumani per proteggere le proprie famiglie. Quest’opera grandiosa, raffinata e toccante, di elevate vette poetiche, realizzata con evidente amore (e meticolosità) dalla showrunner Soo Hugh, segue quattro generazioni della famiglia di Sunja dagli anni Dieci agli Ottanta, dalla Corea al Giappone all’America. Monumentale affresco familiare e generazionale di una potenza emotiva che consuma, Pachinko è un gioiello anche nella fattura, dall’impressionante bellezza visiva di fotografia, scenografia, costumi, colonna sonora. I Golden Globe lo hanno ignorato, ed è un peccato mortale.
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7 Marzo 2025
Concepita da una società (Riot Games) di videogiochi (League of Legends) come forma di investimento pubblicitario, nelle mani degli showrunner Christian Linke e Alex Yee Arcane è diventata una delle migliori serie animate di sempre. Un capolavoro nato dall’unione di una narrazione veloce e matura – innescata dall’evoluzione del rapporto conflittuale tra due sorelle che si fa epicentro di un conflitto di classe, politico e religioso –, e da uno stile grafico pittorico e cangiante, creato dallo studio francese Fortiche (Rocket & Groot) ricorrendo a tecniche di animazione eterogenee e visivamente mozzafiato. Dapprima un prodotto steampunk e poi cyborg/cyber/punk/rock mistico, la seconda e ultima stagione è una serie hard Sci-fi post-umanista, ma ancor di più è una serie umanistica, trainata dalle ricerca dell’identità e dalla disamina della relazioni, con un personaggio, quello della ultimate Tank girl Jinx, memorabile. Il top dell’animazione seriale.
Cupa, misteriosa e magica, la quarta stagione di True Detective di Hbo è forte di due protagoniste femminili pazzesche, Jodie Foster e Kali Reis. Fagocitata dalle tenebre delle interminabili notti invernali dell’Alaska, circondata da una natura crudele e immensa, incentrata su due detective – una cinica e sboccata e una riluttante compagna – la serie è perturbante e onirica – a metà tra il sognante e da incubo. Night Country è un solido poliziesco attraversato da atmosfere fantastiche, perturbanti e sempre più strane e suggestive, man mano sempre più simile a una storia di fantasmi del folklore, è attraversata da toni horror grandguignoleschi che attingono a terrori ancestrali. Il vero fulcro di True Detective è l’affannosa e tormentata ricerca di una piccola vittoria della giustizia per dare un senso alla malvagità, di una fioca lama di luce che taglia l’oscurità del male. C’è qualcosa di bellissimo e irresistibilmente commovente in una serie dalla storia sinistra e disperatamente cupa che non vuole farci smettere di credere in quella fievole luce.
Fallout è una trasposizione del videogioco postapocalittico omonimo dalla pittoresca estetica retrofuturistica, intrepida, spassosa e innovativa. A firmare tale trasposizione provocatoria e stravagante è Jonathan Nolan di Westworld e Person of Interest. Assieme alla moglie Lisa Joy, Nolan, grande estimatore dei videogiochi lanciati dal motto War Never Changes! confeziona un adattamento – o meglio, una storia ambientata nel medesimo universo – incredibilmente fresca, nuova, originale e spiazzante. La serie di Prime Video, con i desolati panorami della superficie alla Mad Max che stridono in spiazzante contrasto con il look retrofuturistico dei sotterranei Vault (rifugi antiatomici), l’irresistibile gusto nolaniano per la fantascienza-western, l’irriverente registro satirico che tinge di umorismo nero un commento sociale di crudezza agghiacciante è un elettrizzante esperienza di visione inedita, perfettamente fruibile anche per chi non conosce il videogioco.
Nata come intrattenimento da network sul canale gratuito americano Cbs prima di passare allo streaming, Evil si è distinta fin da subito per qualità, inventiva e audacia, per lo più latitanti nella televisione in chiaro. Evil è diventata ancora più dissacrante e geniale dopo l’“upgrade”, la produzione più vicina a X-Files di sempre. La disamina sociale, sapientemente elaborata dagli autori Robert e Michelle King (The Good Wife), raggiunge in questa stagione la sua massima espressione satirica, mentre la serie indaga situazione desolanti, tragiche e grottesche legate ad avidità, ipocrisia e discriminazioni. Evil affronta una miriadi di argomenti attualissimi e polarizzanti, legati non solo alla fede e alla religione, ma anche ai social media, alla tecnologia e alla scienza. L’encomiabile imprudenza dei suoi autori ne ha fatto uno show arditamente affascinante e meravigliosamente insolito.
I più hanno definito l’anime DanDaDan “folle”, “imprevedibile”, “strano”, “sboccato”, ma in verità, in mezzo alla folla di pazzi furiosi che infestano la letteratura manga (come Uzumaki, Bastard!! o Fortified School), il suo autore Yukinobu Tatsu è tutto sommato quasi sano di mente, e la sua serie molto più che spassosa. Paladino degli emarginati, narratoro del bizzarro, amante dell’eccesso dal tratto disinibito, Tatsu corre come un treno incontro a visioni fantasticamente estreme, scodellando scene d’azione ipercinetiche, per poi inchiodare col freno a mano e dispensare momenti di tristezza struggente. Yukinobu sa sorprendere, anche e soprattutto per come stravolge i tipi – Okarun il dandere, Aira la himedere – dimostrando che come la società li vede – o come li ha persuasi di essere – è solo un costrutto. Quella di DanDaDan parte come la storia della tosta Momo e del timido Okarun, ma più la trama procede – mentre combattono orde di yokai e respingono invasioni aliene – più il loro circolo si espande e i due protagonisti trovano quello che davvero volevano: degli amici. Tanti rischi e tanti pericoli valgono la pena: l’importante, per esorcizzare e tenere a bada i mostri (mostri che – più che yokai e alieni – sono spettri del disagio esistenziale e dell’inadeguatezza sociale) è essersi trovati.
Il trionfo della forma sulla sostanza, dello stile superbo su una narrazione magistrale e distaccata, Ripley è una serie di genere thriller psicologico tinta di noir. Algida e sontuosa, inquietante e provocante, è la rivisitazione per il piccolo schermo scritta e diretta da Steven Zaillian e tratta dal romanzo di Patricia Highsmith dedicato al personaggio dell’inafferrabile truffatore Tom Ripley. Lo sceneggiatore e regista premio Oscar, autore di Schindler’s List e della serie di Hbo The Night Of, immerge la storia in un abbacinante bianco e nero. Influenzato stilisticamente dal neorealismo italiano, dal Fellini di La dolce vita (e dei gialli hitchkockiani), adatta il suo stile visivo unico a un’atmosfera noir, sublime e congelata nel tempo che da una parte sottolinea l’ambiguità morale della storia, dall’altra evoca e omaggia i classici menzionati sopra. L’eccezionale attore irlandese Andrew Scott è l’ultimo ad aggiungersi alla lista nel ruolo e lo fa con una presenza invadente, offrendo una performance mesmerizzante.
Non un granché come gangster story, The Penguin di Hbo è l’analisi magistrale della mente criminale del supervillain Oswald “Oz” Cobblepot (un grande Colin Farrell), uno studio superbo dei meccanismi della malattia mentale. Tutto gira intorno a lui, anche se più di un faro abbagliante che attira tutti verso di sé, è un buco nero che li ingoia. Dal The Batman di Matt Reeves, The Penguin prende l’impronta del noir, il look fosco, il taglio realistico. Lo firma Lauren LeFranc (Chuck, Agents of Shields), adottando un approccio scevro di sentimentalismi e uno sguardo tagliente e impietoso attraverso i quali declina la cronaca dell’ascesa al potere del Pinguino nell’indagine psicologica di un gangster. A renderlo scioccante, un finale un vuoto e un’amarezza enormi, ma è l’epilogo necessario per dare un senso a tutto, l’epilogo con cui la LeFranc ci punisce per esserci lasciati sedurre dalla presenza mostruosa, fagocitante, distruttiva ed egoista di Oz. Qualcuno lamenterà la mancanza di romanticismo o di lirismo, scambiando l’oggettività e l’implacabile cupo realismo per nichilismo. Fatevene una ragione, il Pinguino non ci deve piacere.
A Shop for Killers, Gangnam B-Side e ora Light Shop: accanto all’ennesimo spinoff Marvel e Star Wars, Disney sta producendo gradite novità, in quella che è una buona fetta delle serie coreane migliori degli ultimi anni. La shyamalaniana Light Shop è firmata da Kang Pool (o Kang Full), lo stesso autore del webcomic Moving e della sua trasposizione televisiva. Ammantata da un’atmosfera simile a un incubo da svegli, tra coscienza e subconscio, è ambientata in un luogo liminale tra la vita e la morte. È un horror non convenzionale, ma il suo orrore è profondo e angosciante e trascina lo spettatore sempre più giù in una spirale di insicurezza profondamente inquietante. Nella serie, i fantasmi – o meglio, le entità soprannaturali identificate cripticamente come “estranei” – possono confondersi facilmente con i vivi. L’atmosfera lunare e misteriosa che li circonda si riempie di un senso di disagio e di un sommesso timore finché la tensione si fa crescente e febbrile. L’apparato scenografico, la fotografia, i suoni sinistri di tuoni e lampi che trasudano dall’aria, di sibili e scricchioli che risuonano negli ambienti chiusi esasperano la paura e forgiano un proprio percorso di terrore.
In l’inconfondibile atmosfera natalizia londinese fa da sfondo alla spy story dell’autore di Giri/Haji Joe Barton con i fantastici Keira Knightley, Ben Whishaw e Sarah Lancashire. Quintessenzialmente inglese, inguaribilmente romantica e decisamente improbabile, Black Doves segue Helen, una donna arruolata tra le fila di un’agenzia di spie. I sei episodi proseguono tra cospirazioni, tradimenti, sparatorie e faide tra gang mentre il governo inglese, l’ambasciata cinese e quella americana, la Cia, l’Mi5, il crimine organizzato e la lobby dei killer a contratto si scannano tra di loro. Black Doves inizia come un revenge al femminile, procede come una spy story e poi soccombe al romance. Tutta la serie è disseminata da humour nero britannico dispensato da un cast ideale dove la Knightley e la Lancaster giganteggiano, entrambi versatili, magnetiche e (auto)ironiche. Al netto di esecuzioni sommarie e gole squarciate e dei plot twist consapevolmente e ostentatamente assurdi, Black Doves è pura evasione festiva che scalda il cuore: è il Christmas Carol per i finti cinici. Mentre si chiude sul cenone di Natale sulle note di Fairytale of New York dei The Pogues & Kirsty MacColl, ci si rende conto che potrebbe essere nato un nuovo classico natalizio e un nuovo modo di raccontare storie di spie.
Anche quest’anno abbiamo deciso di inserire in classifica una serie che non avremmo scelto, ma che inseriamo per la popolarità acquisita. Il caso seriale dell’anno è Baby Reindeer, che qualche folle ha osato a paragonare a Fleabag, la serie “teoricamente autobiografica” del comico Richard Gadd ispirata alla sua vita e al periodo trascorso alle prese con una stalker. Molti hanno apprezzato lo humour nero con cui l’autore mette in scena i momenti più squallidi e dolorosi della sua vita. Alcuni l’hanno definita “ricca, avvincente, oscura, inquietante, incredibilmente empatica e piuttosto triste”. Gadd scava dentro sé stesso, esibendo “coraggiosamente” le proprie miserie, il proprio disperato bisogno di attenzione, la propria codardia, le proprie debolezze e nel processo lascia intuire di averlo fatto a scopo catartico. In realtà, si priva della dignità e del rispetto di sé stesso per assecondare proprio quel bisogno di essere notato, compatito, amato, una forma di Münchausen plateale che lascia trapelare un esibizionismo malato e grottesco più che la disarmante, coraggiosa e pura onestà di mettersi a nudo che molti ci hanno visto.
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